Specie nei momenti di tensione, è interessante provare a distaccarsi dalla situazione presente e, con le parole leggere di Calvino, tenere d’occhio i movimenti della Medusa attraverso lo specchio: rifiutando la visione diretta ma non la realtà del mondo dei mostri in cui ci è toccato di vivere.
Ognuno ha il proprio metodo per farlo, il mio è quello di osservare ciò che accade da un punto di vista drammaturgico. In questi giorni di silenzioso caos, fatto essenzialmente di numeri e notizie per chi resta a casa, la figura del medico, così come quella del volontario o dell’infermiere, sta assumendo un ruolo ancora più importante rispetto a quello ricoperto nella (quasi dimenticata) ordinaria quotidianità. Il medico - e non il ricercatore la quale figura (per fortuna?) si ritrova sempre circondata da un alone di mistero che non le permette di essere pienamente riconosciuta fra le dramatis personae - sembra assomigliare quasi all’eroe tragico che, davanti agli occhi di tutti, lotta contro il destino, le colpe dei padri, gli errori commessi dalla comunità perché priva di consapevolezza o peccatrice di hybris (presunzione, tracotanza, eccesso) che ai nostri giorni potrebbe banalmente declinarsi nei continui tentativi di sopraffazione della natura e delle sue antiche logiche considerate ormai improduttive. Questo perché oltre ai tanti medici in prima linea per tentare di contenere il virus e i suoi effetti su chi lo contrae, vi sono altre figure mediche attive che, nel sottosuolo (perlopiù telefonico), tentano di contenere gli effetti del virus anche su chi non lo contrae direttamente ma ne vive le conseguenze dell’impatto a livello socioeconomico. Chiamare eroi anche questi “medici dell’anima” poco si confà all’immaginario collettivo – scarsamente dettagliato e troppo legato a una certa tradizione cinematografica americana piena di divani e chaises longues – inoltre, non è neanche l’obiettivo di questo articoletto; rimane però una grave indifferenza nei confronti di queste condizioni apparentemente asintomatiche ma che di fatto provocano comportamenti critici all’interno delle varie situazioni di reclusione da quarantena. Minkowski (1885-1972), medico psichiatra e filosofo russo naturalizzato francese, pubblica, per la prima volta nel 1935, Le temps vécu, testo che verrà considerato come uno dei più importanti classici della letteratura psichiatrica novecentesca. Credo ci siano, in particolare, due elementi che rendono questa lettura estremamente interessante: l’analisi della percezione di quel che Minkowski chiama tempo vissuto, rielaborando il pensiero bergosniano alla luce dell’esperienza psichiatrica, e la discussione critica sull’oggettivazione del malato di mente. Entrambi gli argomenti sono ancora caldi, il primo perché d’interesse universale (mai come durante una quarantena, in cui il tempo sembra non passare affatto) e il secondo perché la tanto acclamata e discussa legge 180 – che, come sappiamo, ha compiuto quarant’anni neanche due anni fa (1978-1980) – sebbene abbia eliminato materialmente una storica istituzione totale, non ha certo risposto alle necessità di riconoscimento del disagio mentale come realtà trasversale sia a livello sociale sia a livello temporale. La presentazione di Lorenzo Calvi, contenuta nell’ultima riedizione italiana (Mimesis, 2017), descrive lo stile di Minkowski come incantevole (si consiglia caldamente la lettura in lingua francese!), ricco di metafore e sinestesie che permettono di addentrarsi nel discorso psicopatologico con delicatezza e, allo stesso tempo, con una precisione che solo i grandi autori sanno evocare. La letteratura, all’interno dell’opera dello psichiatra-filosofo, assume un valore fondamentale, divenendo una felice applicazione di quella pratica che solo più tardi verrà incoraggiata nell’appassionata leçon di Roland Barthes presso il Collège de France (1977), capace di tricher la langue – ingannare il linguaggio – e giocare con la molteplicità di sensi e significa(n)ti che altrimenti non potrebbero far altro che soccombere di fronte alla pervasività del Potere, nascosto negli interstizi di qualunque discorso (inutile forse ricordare l’eco foucaultiana nelle parole di Barthes). «Lasciarsi colpire dal linguaggio di Minkowski – scrive Calvi – vuol dire incrociare una delle sue topiche fondamentali: il suo instancabile esercizio di rigirare le parole fino a far risuonare quei significati, che vi si sono sovrapposti nel corso del tempo e che si sono dileguati per lasciar posto al significato ora in uso corrente. La pluralità dei significati conduce alla scoperta che il vissuto non è mai appiattito sui rimandi esteriori della realtà quotidiana, ma che questa è solamente lo strato più superficiale del presente collocato in uno spessore che affonda nel passato e si solleva nel futuro.»
Giulia Bocciero
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